Diego, e basta

Di Carlo Longobardi

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A distanza di tre giorni, adesso è tutto chiaro, o meglio è definitivamente delineata la differenza del dolore e della considerazione autentica, per la perdita di Diego, tra i “suoi” luoghi e il resto del mondo.
Napoli probabilmente è la città che più gli appartiene, nonostante gli anni trascorsi occupino una fetta percentualmente relativa della sua vita, ma sono stati quelli della sua consacrazione planetaria.

Buenos Aires e forse Cuba rincorrono Partenope in questa esclusiva corsa all’affetto gratuito e totale, alla visione unica della persona non scindibile tra le funzioni avute e tra le qualità reiterate: talento, genio, sregolatezza, vizi, virtù, generosità, eccessi, amori e antipatie.

Da tempo immemore Diego non era un calciatore, le sue stesse fattezze non lo ricordavano più, il suo incedere stanco, sofferente e scoordinato riportava più ad un ex minatore consumato dall’umidità e dalla mancanza di ossigeno, che alla splendida, e potente macchina capace di esprimere il meglio possibile sul rettangolo verde.

I suoi detrattori, aridi di cuore e di pensiero, ancora oggi sono incapaci di comprendere l’evoluzione di questo irripetibile uomo, che da leader in campo ha imposto il suo carisma in ogni dove. Gli invidiosi, gli studiosi dei discorsi impostati, dei “master” in comunicazione – quelli in cui si apprende la postura dell’oratore, l’impostazione della voce e la posizione del mento da incutere soggezione – avranno ancora da studiare, e da non capire.

Una parte, quella parte eternamente invidiosa, continua a rodersi il fegato e a pensare a come sia stato possibile che un ometto tozzo, senza cultura e curriculum sia diventato uno degli uomini politici più importanti del mondo, uno che non ha avuto mai perplessità a riaffermare il suo punto di vista, coerente fino alla fine, nei confronti di chiunque. L’eco sviluppatasi dopo la sua morte non ha precedenti simili (forse solo l’affetto espresso per Lady Diana la ricorda) e restituisce pienamente il raccolto di una vita eternamente in bilico “tra palco e realtà”, ma intrisa di verità umana.

È stato già scritto di tutto, i suoi “amanti” hanno rappresentato splendidamente tutto ciò che il “Pibe de Oro” ha diffuso nella sua vita; proseguire in un mero elenco potrebbe apparire finanche inutilmente ridondante.

Ciò che, tuttavia, va rimarcato è che con un sorriso profondo, con la verità degli errori, con il rispetto dell’interlocutore o lo sguardo eternamente rivolto agli ultimi è possibile sedersi, con semplicità, sul tetto del mondo. E restarci.
I suoi fratelli napoletani lo sanno, da sempre.

Carlo Longobardi

Si ringrazia Antonio Rea  per l'immagine di Copertina
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